Gaetano Barreca, THE ITALIAN WRITER FROM LONDON 
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 La narrazione mitologica e la realtà storica si fondono in queste pagine che sto scrivendo, in questa vicenda che sto per narrarvi. Nessun documento antico ritrovato, nessun codice da svelare... solo la verità che viene riportata alla luce conservata nei miei ricordi. 

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Una verità che gli antichi imperatori di Roma, a partire da Tito, avevano voluto occultare. Nascondere, per non addossarsi le colpe di una tragedia che poteva essere evitata, risparmiando sangue e dolore, che fu definita la più grande catastrofe del mondo antico.

Più propriamente, l’insolenza di colui che ne fu la causa. Che per interesse personale profanò il più antico e sacro tempio infero della terra, quello dell’Averno[1], spezzando il sigillo creato da Zeus tra terra e inferno, che comportò l’eruzione del Vesuvio. Colui, che fece decantare la sua discendenza da Venere, rendendo onore, amore e gloria al suo nome affidando al  sommo Virgilio il compito di distorcerne le realtà, ricreando il mito di Enea.

L’uomo … che divenne poi  il  primo, grande imperatore di Roma, Caio GiulioCesare Ottaviano Augusto.

Un percorso storico, raccontato da un archeologo che ha ricongiunto il suo Essere inquieto alla sua Anima del passato. Riportando alla memoria eventi di vita precedenti agli ultimi giorni di Marcus, il servitore delle matrone Kore e Demetra nella Casa dei Fiori a Pompei.
                                                                                                                                                                                   Alessandro Marcus Aurelio

                                                                                   ~~~

Fece appena in tempo Kore a trasformarsi in Persefone, regina degli inferi, per essere trasportata dalla città di Pompei, che l’accoglieva, nell’Hades, il suo regno, affinché potesse rendersi conto di quel che stava accadendo. L’inferno era sceso in terra. Tutto quello per cui la bella fanciulla dai lunghi capelli del color del grano aveva combattuto, quello che aveva amato, improvvisamente era andato perduto. I suoi bei grandi occhi azzurri si erano persi nel vuoto, erano diventati inespressivi da tanto stupore, da una tragedia inaspettata, che non era ancora finita. Urla, fuoco, fiamme.

Sentimenti umani di disperazione e dolore si intrecciavano con la sofferenza della terra che veniva squarciata.

Era l’agosto del 79 d.C. il ‘monte’ Vesuvio era esploso e la lotta tra gli Dei e i Titani era appena iniziata.

Nel giardino dei Campi Elisi, vicino la dimora degli dei inferi, accanto la fonte della Memoria, si trova L’albero della vita[2], un grande pioppo bianco su cui rami si poggiano le anime dei bambini mai venuti al mondo, essendo morte le loro madri nel periodo di gestazione.

Era lì che Persefone, strappata dalla furia dell’eruzione, fu trasportata.

I Mani (anime in forma di piccole lucciole inconsistenti), contente nel rivederla, si precipitarono giù dai rami su cui erano adagiate e brillando entusiaste la circondarono: “Ben tornata regina Persefone”

Sorridendo con dolcezza li salutò, ma subito si accorse che l’albero che accudiva le anime erano aumentate di gran numero. Incredula e rattristata  ebbe la certezza di quello che stava accadendo. Migliaia di persone stavano morendo in un modo orribile e con violenza inaudita. Era una dea, eppure impotente. Proprio colei che bella e pura fanciulla fu attratta dal lato oscuro, assorbendone le capacità divenendo la sposa del più temuto e perfido degli dei, Ade. Colei che era il risveglio primaverile, venerata dagli uomini come dea portatrice di rinascita e rinnovamento, di speranza della vita dopo la morte. Colei che poteva tanto, era incapace di fermare tale disastro.

Con passo lento, Persefone si avvicinò al pioppo bianco, appoggiando timidamente, con stanchezza, la mano destra al grande tronco iniziò a comunicarle: “Eccomi Leuce, sono qui. Grazie per aver vegliato sulle mi anime durante la mia assenza.”

Come un raggio di energia l’albero vibrò, come se volesse risponderle prego.

La regina chinò il volto, chiuse gli occhi per un istante, sospirò e riprese fiato continuando a parlare, cercando di spiegare all’albero sacro il suo inaspettato ritorno: “Ho dovuto lasciare la terra prima del tempo concessomi da Zeus, perché il monte Vesuvio è esploso e così…”


“TE LO PROMETTO…”

L’enfasi del racconto di tanto dolore si interruppe improvvisamente con uno squarcio di disperazione. Di scatto Persefone indirizzò il suo bel viso verso l’alto. Un urlo proveniente dall’Acheronte, il fiume di cui Caronte era padrone e che utilizzava per trasportare le anime dal regno dei vivi al regno dei morti, aveva attraversato tutte le zone infere per essere inconsapevolmente udito e accolto dalla dea.
 

“… te lo prometto madre! Un giorno tornerò con la colomba bianca della leggenda. Fino ad allora aspettami, fino ad allora non dimenticarmi”


Sbarrati gli occhi, incredula per quel grido che apparteneva a un bambino e che aveva squarciato le barriere del tempo, sbalordita per l’accaduto Persefone pensò a voce alta: “Un raggio di Speranza sopra tanto dolore… è incredibile”!

Un anima le si avvicinò di gran fretta. D’istinto la regina aprì le mani per accoglierla. Luminescente, attratta la guardava, il Mane le disse “E’ il lamento di mio fratello, matrona Core!”

A quelle parole, la regina comprese subito che anche l’ultimo tentativo di fuga di chi l’aveva servita per molti anni e a cui aveva voluto tanto bene era stato vano:

“Tu sei il figlio di Iulia e Marcus, i miei servitori in terra. Questo vuol dire che non ce l’hanno fatta a raggiungere il porto di Pompei e salvarsi!”

“Non solo!”
Persefone si volta di colpo, dietro di lei era Ecate, la più antica divinità infera e amica della regina, posta a sua sorveglianza e osservanza nel periodo infero. Dea della luna nera e dei crocicchi, regnava sugli arcani e notturni regni dei fantasmi e dei demoni, della stregoneria e della magia.

Ecate, riferì ciò che sapeva riguardo il figlio dei suoi schiavi:

“I tuoi servi sono riusciti a fare il trapasso, ma il piccolo Elpisia non avendo l’obolo, la moneta per pagare il pedaggio a Caronte, è rimasto sulle rive dell’Acheronte, in bilico tra la vita e la morte. E sai quanto questo sia geloso delle sue ombre”.

La parola “dolore”, si ripete  e spesso si sottintende in questo scritto, ma non posso fare a meno di usare questo termine per definire il sentimento provato. Il dolore non può essere espresso dalle parole. È un sentimento che ti squarcia il ventre, il cuore e non puoi fare niente per fermarlo. Le ferite, che ti segnano nel momento, perdurano nel tempo e caratterizzano la tua esistenza futura. Non si quieta, eppure si continua a vivere con la Speranza che un giorno tutto passerà, e tutto verrà ricordato come un qualcosa di già avvenuto, superato. Allora nell’impotenza del momento si da ragione al futuro ignoto.

Non penso di essere in grado, in questo mio racconto, di dare delle immagini descrittive capaci di dare senso e forma alle ambientazioni dei personaggi, spero però di essere capace di comunicare emozioni e sentimenti che hanno squarciato, intenerito, rattristato e rallegrato allo stesso modo la “mia anima” nel momento della scoperta di questa storia.

La regina degli inferi cosciente di quanto la divinità le stava dicendo, addolorata e impedita nel fare qualsiasi cosa per poter salvare le anime, e far traghettare il suo piccolo servo rispose ad Ecate:

”Hai ragione! Ma prometto che farò il possibile affinché il piccolo Elpisia possa riabbracciare la sua famiglia… Anche se ci vorranno secoli!”

Affidandogli le sue intenzioni, Persefone congiunse e alzò le mani verso l’alto, per indirizzare il Mane al cielo:

“Oh anima. Va da tuo fratello e riferisci queste parole: Kore, la tua matrona e regina degli inferi ha ascoltato il tuo dolore. Quando la città ormai sepolta di Pompei verrà riportata alla luce, potrai riabbracciare i tuoi genitori. Nel periodo dell’attesa darai conforto e speranza alle mie anime con il tuo canto”.

Mentre la dea parlava, intorno a lei petali di fiori iniziarono a vorticarle attorno, i suoi lunghi capelli biondi si muovevano a un gioco quasi danzante del vento, con dolcezza, l’anima volò alla volta del fratello e lo raggiunse nell’Acheronte, lascandogli le parole della dea. E’ lì che Elpisia accolse il messaggio, è lì che finisce e inizia  anche la mia storia.
 


[1] Il nome latino Avernus deriva dalla lingua greca ed etimologicamente significa "senza uccelli", poiché gli uccelli che volavano sopra tale voragine morivano a causa delle sue esalazioni sulfuree.


[2] La leggenda è tratta dalla mitologia celtica di Yggdrasill, che l’autore ha mirabilmente unito al mito romano di Leuce e Persefone.

 Gaetano Barreca, il segreto dell'Eneide
                                                                                                                                     Continua.../cap-2-linizio-della-storia.html







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