71 d.C. Otto anni prima.
Una bella giornata di sole, la città che si risveglia al vociare dei gabbiani. I mercati che iniziano a riempirsi di gente con l’attesa di visionare le merci di spezie e profumi di ogni genere da poco giunte al porto. Il foro. I pescatori che risalgono coi loro bottini da Porta Marina. Nelle strade qualcuno porta notizie da Roma. Una madre fa bere il suo bimbo alla fontana pubblica. L’insegnante raccoglie I bambini attorno a lui e inizia la sua lezione. Una città che vive.
Era in questo scenario che Iulia e Marcus, giovani sposi, decisero di recarsi al tempio di Iside per affidare alla dea egizia, madre e sposa, la loro preghiera. La donna era molto rattristata in quel periodo perché nonostante i tentavi non riusciva a dare progenie al marito.
Iulia era una ragazza alquanto magra e di carnagione molto chiara. Non seguiva le mode dell’epoca, infatti, i suoi capelli non erano lunghi e raccolti in riccioli adornati di teline o pietre preziose, ma aveva un taglio corto. Il tono, poi, sembrava volesse riassumere in se i colori del cielo e del mare.
Marcus al contrario era un uomo comune, un ventisettenne forte e vigoroso, vestito della sua tunica bianca e di semplici calzari.
Erano in fila, al tempio, mentre il sacerdote leggeva le viscere di un capro nero, quando un soffio di vento decise di affidare all’attenzione di Iulia il pianto di un neonato. Dietro una colonna, la donna scorse un cesto dentro al quale trovò il bimbo. Con dolcezza materna lo colse e lo strinse a se cercando di tranquillizzarlo. Marcus, che si accorse di cosa la moglie stava facendo, con aria desolata sussurrò il suo nome.
Iulia lesse in quel ritrovamento una risposta alle sue preghiere, come un segno degli dei. Il bambino portava al collo un amuleto. sul quale era riprodotta
la testa di un leone stilizzato. Questo rappresentava il simbolo di una moneta antica del territorio di Rhegion Julii[3], la bella città portuale più prossima alla Sicilia. Città nella quale oggi si trova museo della Magna Grecia e che conserva la raccolta e i resti del più antico e sacro dei Santuari di Persefone, quello di Locri Epizefiri. Luogo dove si concluderà la nostra storia. Marcus ipotizzò che il bambino fosse stato abbandonato da dei mercanti in viaggio a Pompei e notò la scritta fatta in gran fretta, incisa in modo grezzo sul medaglione. Questa riportava il nome “Elpisia”. In greco antico quel nome significava “Speranza”.
La legge romana voleva che quando un bambino veniva abbandonato e portava con sé un segno identificativo, questo poteva essere accudito da una famiglia adottiva, fino a quando i suoi veri genitori non fossero tornati a richiederne il possesso pagando in denaro il disturbo arrecato e il mantenimento del figlio negli anni della crescita.
Nonostante i tentennamenti iniziali dell’uomo, guardando lo sguardo felice e la luce sul volto che emanava l’anima della sua amata, i due sposi decisero che avrebbero accudito e amato quel bimbo come loro.
Iulia e Marcus erano servi in casa delle matrona Kore e della madre Demetra. Queste erano due divinità rispettivamente degli inferi e della terra, che vivevano alcuni mesi separate l’una nell’Hades e l’altra sulla terra e in primavera si ricongiungevano qui a Pompei sotto le vesti di comuni mortali.
La mitologia racconta che Ade, il signore degli inferi, sorvolando i cieli di Sicilia vide Kore, sublime fanciulla, se ne innamorò e la rapì, portandola con se nel Regno delle Ombre. La madre Demetra udì il grido di aiuto, ma soltanto dopo un lungo peregrinare alla ricerca della figlia, riuscì a sapere la verità. Zeus impose ad Ade, suo fratello, di restituire la fanciulla, ma questo non era più possibile perché, nonostante i divieti, Kore aveva mangiato un chicco di melagrana offertole subdolamente dal dio ed era diventata per questo la regina degli inferi con il nome di Persefone.
Ora, chi si fosse cibato di qualcosa nel mondo degli inferi, non sarebbe più potuto risalire al soggiorno dei vivi.
Profondamente addolorata, Demetra lasciò che la terra diventasse sterile e che gli uomini morissero di fame.
La situazione era intrigata, da una parte la dea della terra e dall’altra il dio degli inferi. Zeus, loro fratello, non poteva mancare di rispetto a nessuno dei due senza avere nefaste conseguenze.
Così il signore dell’Olimpo decise che Persefone avrebbe trascorso i due terzi dell’anno sulla terra, insieme alla madre e il resto con Ade, tra le ombre dei morti. I due periodi corrispondevano rispettivamente alla bella stagione con la rinascita della vegetazione e il raccolto dei frutti dell’agricoltura e all’inverno, sterile e privo di frutti. Le stagioni del mondo seguivano per tanto le emozioni, i sentimenti che Demetra, la dea della terra, provava. La gioia della rinascita e il dolore della perdita a cui gli uomini antichi, che vivevano di agricoltura, erano soggetti.
Questo è quello che racconta la mitologia ufficiale. Esiste anche un aspetto misterico, che non è dato sapere agli uomini comuni per preservare la continuità della vita delle divinità sulla terra. Di fatti, il luogo dove madre e figlia si riunivano nei loro incontri, non fu mai menzionato da alcun trattato storico o mitologico. Ne’ greco, ne’ romano.
La storia di Demetra e Kore continua così: Quando ancora la citta’ portuale di Pompei era un piccolo villagio, Zeus concesse alla sorella di edificare casa in un luogo a lui sacro, un bosco di faggi con tempio attiguo, in cui gli antichi abitanti di Pompei veneravano il culto di Jupiter Fagus. In onore alla dea e alla rappresentazione del suo primaverile ritorno alla vita, l’abitazione fu chiamata “Casa dei Fiori[4]”. Il tempio fu sconsacrato e spostato probabilmente nel Foro della città, l’attuale “Tempio di Giove”.
Per far si che i patti intercorsi tra la dea ed Ade, per il ritorno e la trasformazione di Persefone in Kore fossero stati rispettati, accanto alla Casa dei Fiori fu edificata la Casa della colonna Etrusca, abitazione delle Talpe-sacre, servitrici di Demetra, pronte a rubare la fertilità del terreno allor quando i patti intercorsi tra Ade e la dea non fossero stati rispettati.
Certo è che neanche il padre degli dei avrebbe potuto immaginare l’orrore che si sarebbe verificato all’ombra del Vesuvio.
[3] Antico nome romano della citta’ di Reggio Calabria. Terra amata dal primo imperatore di Roma e che ne diede l’appellativo Julii, luogo dove morì esiliata anche la sua adorata e ribelle figlia Giulia.
[4] La Casa dei fiori si trova a Pompei nella Regio VI, 5 9-19 . L’autore ha trattato lo studio di questa domus, per la sua tesi di laurea, nel novembre 2006, all’interno del progetto di ricerca “Regio VI-Rileggere Pompei” che interessava diverse Università italiane (Università di Perugia, Venezia, Siena, Trieste, Orientale di Napoli) In sede di discussione, l’affermazione del ritrovamento di una cisterna antecedente la costruzione dell’unità abitativa indusse a un dibattito archeologico che avvalorò gli studi del suo docente e archeologo dott. Filippo Coarelli che aveva ipotizzato il culto di Jupiter Fagus a Pompei dalla presenza di legno di faggio bruciato nello strato arcaico e la presenza dell'unica colonna etrusca, inserita nelle mura della casa adiacente, La casa della Colonna Etrusca.
Gaetano Barreca, il segreto dell'Eneide
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