Mentre
tutti prendevano parte al piano di salvataggio ideato da Demetra, la
dea andò incontro al vulcano.
Guardando la madre allontanarsi, Kore inspirò profondamente e si voltò verso Marcus. Osservandolo intensamente negli occhi spiegò al suo servo come avrebbe potuto aiutarla a trasformarsi:
«Ti ricordi l’amuleto che mia madre ti ha donato quando hai preso servizio nella nostra casa? Esso contiene il sangue di un ariete nero consacrato ad Ade. Usandolo possiamo iniziare il rito!»
Marcus prese l’amuleto che teneva sempre con sé. Lo tolse dal panno in cui era avvolto stringendolo forte nella mano. Si soffermò per un attimo a contemplare l’oggetto, come per trarre da esso la forza per proseguire. Tutto si svolse in pochi secondi. Con il pollice lanciò l’amuleto al cielo facendolo roteare, lo afferrò con grande forza nella mano destra e iniziò a urlare al vento.
«Da mihi hasce opes quas peto, quas precor…»
Non fece in tempo a finire la frase del rituale che dall'amuleto si sprigionò un forte vento. Il braccio destro di Marcus teso in avanti iniziò a vacillare. Era come se quell'oggetto stesse lottando contro le forze del tempo per aprire il portale.
Gli occhi di Kore iniziarono a perdersi nel vuoto. Le sue pupille scomparvero…. Il rito stava sortendo il suo effetto!
La forza che l’amuleto sprigionava era enorme. Marcus cadde a terra. Continuando il rituale, indirizzò al terreno il talismano.
«… porrige, porrige opitula [1]».
Kore venne rinchiusa in una forza di luce, accolta come il seme in un baccello. Tutta rannicchiata portò le gambe verso il viso, le braccia intorno.
Da donna involse in bambina, per poi assurgere a regina degli inferi. Contro ogni forza delle regole della natura, contro la terra stessa che rifiutava questo cambiamento e cerca di proteggersi non volendo rinunciare alla sua primavera così presto.
Il vento si innalzò. Marcus cadde a terra colpito da sassi acuminati che fuoriuscivano dal terreno. Ferito alla spalla dalla parte che portava l’amuleto, Marcus gridò di dolore.
L’energia aumentò a dismisura, un vortice avvolse Kore e Marcus.
Poi tutto si quietò. Il rito riuscì grazie alla forza di volontà dell’uomo. Il turbine di terra scura lasciò il posto a petali di fiori, narcisi e rose. Si intravvide lo sguardo più maturo e quasi severo della dea degli inferi. Kore si era trasformata in Persefone!
Insieme a lei, con il corpo sospeso in aria da una forza mistica, comparve Ade. Uno di spalle all’altro. Sguardo fisso e perso, braccia penzoloni, quasi come stessero vivendo un’estasi.
Tutto si dissolse. Il vortice svanì. Persefone e Ade toccarono terra. Marcus che ancora stringeva con la mano destra l’amuleto, la spalla ferita, pieno di tagli sul viso osservava esterrefatto la scena.
La divina coppia infera era ora lì davanti a lui.
Ade proferì: «Persefone, quanto tempo!»
«Evita il sarcasmo Ade, che sta succedendo?»
Ancora uno di spalle all’altro, Ade cominciò a svelare ciò che sapeva:
«Alcune città, tra cui Ercolano sono già state sepolte da una valanga di lava e presto… toccherà a Pompei. Tua madre ha fermato la valanga del vulcano a nord delle mura della città...»
Si voltò verso la dea, i cui capelli lunghi diventando corvini stavano ancora fluttuando nell’aria «… ma non può comandare i venti!».
Con le sue grandi ali nere Ade rivolse il suo sguardo verso il servo che gli stava d'innanzi in ginocchio. Lo sovrastava possente, guardandolo dall’alto verso il basso.
Con un riso sarcastico avvertì il servo: «Ti conviene raggiungere tua moglie e il marmocchio, è in arrivo qualcosa di molto più spaventoso».
Atterrito, Marcus sussurrò tra se «la mia famiglia».
La presa di coscienza si traformò in shock. Si lasciò andare ad un urlo sovrumano «Noooooooooo!».
Non ci pensò due volte e si scagliò con violenza contro Il re degli inferi. Con forza inaudita, usò il braccio destro ancora dolorante. Con la mano gli afferrò il viso sbattendolo contro le rovine della casa e lo alzò da terra.
Persefone era spaventata. Si portò le mani al viso, incredula. Marcus sussurrò al re degli inferi: «So che c’entri tu in questa storia!».
Ade sbattè a terra Marcus. Alzando le mani verso l’alto fece comparire un raggio di energia che si accumulò vorticosamente: «Come osi, insulso essere umano, colpire un dio?».
Marcus venne colpito e scaraventato lontano. Persefone urlò il nome del servo. Accadde tutto in una successione di attimi, senza sosta.
Marcus non si lasciò andare. In gran fretta si rialzò in piedi, con sguardo intenso prese l’amuleto in mano. Con una folata di vento apparvero sulla sua schiena delle enormi ali bianche. Si rivolse alla sua giovane matrona:
«Perdonami per quello che sto per fare Persefone, so di aver prestato giuramento a tua madre di proteggerti e rispettarti - ma non posso rinunciare alla vita di tante persone così facilmente, adesso che in quest’apocalisse anche la dea delle bianchi biade ha rinunciato alla speranza».
Strinse i pugni ai fianchi Marcus e con sguardo basso bisbiglliò: «terra concedimi il tuo potere» e uralando aggiunse «Fallo adesso!».
Dalle macerie fuoriuscì una spada. Lucente, bellissima. Marcus la impugnò con forza. Ade si stupì. Il servo gli si scagliò di nuovo contro. Strinse la spada con forza e in uno scatto velocissimo cercò di colpire il dio al petto. Lo mancò.
Trovatisi l’uno di fronte all’altro Marcus sorrise con cattiveria e sollevando in alto l'arma bianca conficcò la lama nella spalla sinistra di Ade. Le urla di dolore del dio delle ombre fecero tremare il mondo infero.
In quell'atto Marcus esplose tutto il suo disprezzo:
«So che non posso ucciderti Ade. La sofferenza che provi è l’odio di tutta la mia gente. In qualità di servo di Demetra, uso il potere concessomi affinché il dolore che provi, misto al tuo sangue sulla terra, rendano maledetto e immortale questo luogo. Pompei sopravviverà a quest'apocalisse».
Sfilando dalla spalla la lama intrisa di sangue, tra le grida di Ade, l’abbassò al terreno facendo si che le gocce si unissero alla terra tanto da esserne assorbite. Urlò:
«Ne resterà una memoria dannata».
Il dio si riprese subito. Con un colpo scansò il servo: «Bastardo! Mai nessun essere umano aveva osato tanto!».
Un nuovo raggio di energia servì a scaraventare Marcus con violenza contro le pareti distrutte delle case.
Una volta a terra, Ade inferocito gli rivolse queste parole: «Sappi che io non centro nulla, è colpa di voi umani, della vostra sete di potere. Del vostro volervi sostituire agli dei. Del vostro ego».
Rimase immobile il servo, con il viso sanguinante e rivolto sulle pomici.
Persefone, comprendendo le buone intenzioni di Marcus, fece ad Ade un gesto con la mano per fermare la sua ira.
Si avvicinò all'inserviente e accarezzandogli dolcemente la testa, cercò di metterlo seduto in modo che i loro visi potessero incontrarsi:
«Marcus… neanche gli dei avrebbero voluto tanto dolore!».
Ade diede le spalle ai due. Raccolse da terra la spada di Marcus e la fece scomparire con un semplice gesto. Soghignò: «idiota!».
Con l'aiuto di Persefone, Marcus si rialzò a fatica. Con voce impotente piegò la testa sulla spalla destra e si rivolse ad Ade:
«Prendi la tua sposa e sparisci».
Guardò Persefone, con la mano prese una ciocca dei suoi capelli corvini che si poggiavano sulla spalla e diede l'addio alla sua matrona. Marcus corse via sfiorandola. L’incontro dei loro corpi, sembrò come andare a rilento. Era davvero la fine di tutto?
Non volle seguire con lo sguardo il servo che si allontanava da lei. I suoi occhi si riempierono di lacrime. Sconvolta e cosciente Persefone si rivolse al marito: «Ade, ti prego, non può finire così».
Il dio chinò la testa per cercare lo sguardo della moglie che lo sfuggiva. Le prese le mani e la guardò negli occhi cercando di farle capire il suo disappunto su quello che stava accadendo.
«Persefone ascoltami. Compartecipiamo davvero al dolore degli amici non piangendo come ad un funerale ma dandoci da fare».
Il re degli inferi fece comparire sul palmo della mano sinistra tre monete.
«Prendi questi oboli e dalle ai tuoi servi, li condurranno da te»!
A quelle parole una scossa violenta di terremoto arrestò la fuga di Iulia e Elpisia. Il bambino fu scaraventato in una voragine apertasi nel terreno. Iulia cadde a terra. Un masso le intrappolava la gamba, rimase sbigottita e inerme nel veder tutta la scena. Affannata, con il poco fiato rimasto urlò il nome del figlio: «ELPISIAAAAA!!!».
Nonostante il soffocamento che le polveri nell’aria provocavano, cerava di dar coraggio al bimbo:
«Non preoccuparti amore, non preoccuparti… adesso la mamma viene a prenderti».
Ma fu tutto inutile.
Parlando con se stessa la serva di Kore e Demetra si rivolse al marito: «Marcus, perdonami. E’ precipitato improvvisamente, non ho potuto salvarlo».
Iulia pianse.
«Marcus, aspetta ti prego!» Persefone raggiunse il coraggioso uomo che osò sfidare il dio delle tenebre stringendolo da dietro. Marcus rimase impassibile e al contempo meravigliato dall’affetto e la disperazione che la dea provava per il triste destino di molti umani.
Lasciatolo, la dea portò la sua mano prima al petto appoggiandola al cuore e poi la tese verso il servo. «Dai questi oboli a Iulia e Elpisia, dovesse succedere il peggio vi serviranno a pagare il pedaggio a Caronte, il traghettatore delle anime». A queste ultime parole lo sguardo serio di Persefone si tramutò in rattristato. Marcus le sorrise, accarenzandola sulla guancia: «Non rinuncio così facilmente alla vita delle persone che amo!».
Abbandonando la dea con lo sguardo. Marcus indirizzò la sua corsa verso Porta Nocera inconsapevole di ciò che era accaduto alla moglie e il figlio.
Mentre Persefone guardava il suo servo scomparire nella foschia delle polveri, Ade aprì le sue grandi ali nere: «Andiamo!»
La dea svenne tra le braccia del marito che l’accolse sollevandola da terra.
Prima di spiccare il volo alla volta del lago d’Averno, essendo la terra restia ad accogliere dentro le sue viscere i due , Ade si lasciò andare ad una frase di umanità:
«Buona fortuna ragazzo».
Fuori dalle mura nord di Pompei Demetra, che era riuscita a fermare la valanga di lava ardente che si stava per scaraventare sulla città, intravide dispiaciuta tra la nube di ceneri il volo dell'odiato fratello e della figlia alla volta dei Campi Flegrei.
Continua...
Guardando la madre allontanarsi, Kore inspirò profondamente e si voltò verso Marcus. Osservandolo intensamente negli occhi spiegò al suo servo come avrebbe potuto aiutarla a trasformarsi:
«Ti ricordi l’amuleto che mia madre ti ha donato quando hai preso servizio nella nostra casa? Esso contiene il sangue di un ariete nero consacrato ad Ade. Usandolo possiamo iniziare il rito!»
Marcus prese l’amuleto che teneva sempre con sé. Lo tolse dal panno in cui era avvolto stringendolo forte nella mano. Si soffermò per un attimo a contemplare l’oggetto, come per trarre da esso la forza per proseguire. Tutto si svolse in pochi secondi. Con il pollice lanciò l’amuleto al cielo facendolo roteare, lo afferrò con grande forza nella mano destra e iniziò a urlare al vento.
«Da mihi hasce opes quas peto, quas precor…»
Non fece in tempo a finire la frase del rituale che dall'amuleto si sprigionò un forte vento. Il braccio destro di Marcus teso in avanti iniziò a vacillare. Era come se quell'oggetto stesse lottando contro le forze del tempo per aprire il portale.
Gli occhi di Kore iniziarono a perdersi nel vuoto. Le sue pupille scomparvero…. Il rito stava sortendo il suo effetto!
La forza che l’amuleto sprigionava era enorme. Marcus cadde a terra. Continuando il rituale, indirizzò al terreno il talismano.
«… porrige, porrige opitula [1]».
Kore venne rinchiusa in una forza di luce, accolta come il seme in un baccello. Tutta rannicchiata portò le gambe verso il viso, le braccia intorno.
Da donna involse in bambina, per poi assurgere a regina degli inferi. Contro ogni forza delle regole della natura, contro la terra stessa che rifiutava questo cambiamento e cerca di proteggersi non volendo rinunciare alla sua primavera così presto.
Il vento si innalzò. Marcus cadde a terra colpito da sassi acuminati che fuoriuscivano dal terreno. Ferito alla spalla dalla parte che portava l’amuleto, Marcus gridò di dolore.
L’energia aumentò a dismisura, un vortice avvolse Kore e Marcus.
Poi tutto si quietò. Il rito riuscì grazie alla forza di volontà dell’uomo. Il turbine di terra scura lasciò il posto a petali di fiori, narcisi e rose. Si intravvide lo sguardo più maturo e quasi severo della dea degli inferi. Kore si era trasformata in Persefone!
Insieme a lei, con il corpo sospeso in aria da una forza mistica, comparve Ade. Uno di spalle all’altro. Sguardo fisso e perso, braccia penzoloni, quasi come stessero vivendo un’estasi.
Tutto si dissolse. Il vortice svanì. Persefone e Ade toccarono terra. Marcus che ancora stringeva con la mano destra l’amuleto, la spalla ferita, pieno di tagli sul viso osservava esterrefatto la scena.
La divina coppia infera era ora lì davanti a lui.
Ade proferì: «Persefone, quanto tempo!»
«Evita il sarcasmo Ade, che sta succedendo?»
Ancora uno di spalle all’altro, Ade cominciò a svelare ciò che sapeva:
«Alcune città, tra cui Ercolano sono già state sepolte da una valanga di lava e presto… toccherà a Pompei. Tua madre ha fermato la valanga del vulcano a nord delle mura della città...»
Si voltò verso la dea, i cui capelli lunghi diventando corvini stavano ancora fluttuando nell’aria «… ma non può comandare i venti!».
Con le sue grandi ali nere Ade rivolse il suo sguardo verso il servo che gli stava d'innanzi in ginocchio. Lo sovrastava possente, guardandolo dall’alto verso il basso.
Con un riso sarcastico avvertì il servo: «Ti conviene raggiungere tua moglie e il marmocchio, è in arrivo qualcosa di molto più spaventoso».
Atterrito, Marcus sussurrò tra se «la mia famiglia».
La presa di coscienza si traformò in shock. Si lasciò andare ad un urlo sovrumano «Noooooooooo!».
Non ci pensò due volte e si scagliò con violenza contro Il re degli inferi. Con forza inaudita, usò il braccio destro ancora dolorante. Con la mano gli afferrò il viso sbattendolo contro le rovine della casa e lo alzò da terra.
Persefone era spaventata. Si portò le mani al viso, incredula. Marcus sussurrò al re degli inferi: «So che c’entri tu in questa storia!».
Ade sbattè a terra Marcus. Alzando le mani verso l’alto fece comparire un raggio di energia che si accumulò vorticosamente: «Come osi, insulso essere umano, colpire un dio?».
Marcus venne colpito e scaraventato lontano. Persefone urlò il nome del servo. Accadde tutto in una successione di attimi, senza sosta.
Marcus non si lasciò andare. In gran fretta si rialzò in piedi, con sguardo intenso prese l’amuleto in mano. Con una folata di vento apparvero sulla sua schiena delle enormi ali bianche. Si rivolse alla sua giovane matrona:
«Perdonami per quello che sto per fare Persefone, so di aver prestato giuramento a tua madre di proteggerti e rispettarti - ma non posso rinunciare alla vita di tante persone così facilmente, adesso che in quest’apocalisse anche la dea delle bianchi biade ha rinunciato alla speranza».
Strinse i pugni ai fianchi Marcus e con sguardo basso bisbiglliò: «terra concedimi il tuo potere» e uralando aggiunse «Fallo adesso!».
Dalle macerie fuoriuscì una spada. Lucente, bellissima. Marcus la impugnò con forza. Ade si stupì. Il servo gli si scagliò di nuovo contro. Strinse la spada con forza e in uno scatto velocissimo cercò di colpire il dio al petto. Lo mancò.
Trovatisi l’uno di fronte all’altro Marcus sorrise con cattiveria e sollevando in alto l'arma bianca conficcò la lama nella spalla sinistra di Ade. Le urla di dolore del dio delle ombre fecero tremare il mondo infero.
In quell'atto Marcus esplose tutto il suo disprezzo:
«So che non posso ucciderti Ade. La sofferenza che provi è l’odio di tutta la mia gente. In qualità di servo di Demetra, uso il potere concessomi affinché il dolore che provi, misto al tuo sangue sulla terra, rendano maledetto e immortale questo luogo. Pompei sopravviverà a quest'apocalisse».
Sfilando dalla spalla la lama intrisa di sangue, tra le grida di Ade, l’abbassò al terreno facendo si che le gocce si unissero alla terra tanto da esserne assorbite. Urlò:
«Ne resterà una memoria dannata».
Il dio si riprese subito. Con un colpo scansò il servo: «Bastardo! Mai nessun essere umano aveva osato tanto!».
Un nuovo raggio di energia servì a scaraventare Marcus con violenza contro le pareti distrutte delle case.
Una volta a terra, Ade inferocito gli rivolse queste parole: «Sappi che io non centro nulla, è colpa di voi umani, della vostra sete di potere. Del vostro volervi sostituire agli dei. Del vostro ego».
Rimase immobile il servo, con il viso sanguinante e rivolto sulle pomici.
Persefone, comprendendo le buone intenzioni di Marcus, fece ad Ade un gesto con la mano per fermare la sua ira.
Si avvicinò all'inserviente e accarezzandogli dolcemente la testa, cercò di metterlo seduto in modo che i loro visi potessero incontrarsi:
«Marcus… neanche gli dei avrebbero voluto tanto dolore!».
Ade diede le spalle ai due. Raccolse da terra la spada di Marcus e la fece scomparire con un semplice gesto. Soghignò: «idiota!».
Con l'aiuto di Persefone, Marcus si rialzò a fatica. Con voce impotente piegò la testa sulla spalla destra e si rivolse ad Ade:
«Prendi la tua sposa e sparisci».
Guardò Persefone, con la mano prese una ciocca dei suoi capelli corvini che si poggiavano sulla spalla e diede l'addio alla sua matrona. Marcus corse via sfiorandola. L’incontro dei loro corpi, sembrò come andare a rilento. Era davvero la fine di tutto?
Non volle seguire con lo sguardo il servo che si allontanava da lei. I suoi occhi si riempierono di lacrime. Sconvolta e cosciente Persefone si rivolse al marito: «Ade, ti prego, non può finire così».
Il dio chinò la testa per cercare lo sguardo della moglie che lo sfuggiva. Le prese le mani e la guardò negli occhi cercando di farle capire il suo disappunto su quello che stava accadendo.
«Persefone ascoltami. Compartecipiamo davvero al dolore degli amici non piangendo come ad un funerale ma dandoci da fare».
Il re degli inferi fece comparire sul palmo della mano sinistra tre monete.
«Prendi questi oboli e dalle ai tuoi servi, li condurranno da te»!
A quelle parole una scossa violenta di terremoto arrestò la fuga di Iulia e Elpisia. Il bambino fu scaraventato in una voragine apertasi nel terreno. Iulia cadde a terra. Un masso le intrappolava la gamba, rimase sbigottita e inerme nel veder tutta la scena. Affannata, con il poco fiato rimasto urlò il nome del figlio: «ELPISIAAAAA!!!».
Nonostante il soffocamento che le polveri nell’aria provocavano, cerava di dar coraggio al bimbo:
«Non preoccuparti amore, non preoccuparti… adesso la mamma viene a prenderti».
Ma fu tutto inutile.
Parlando con se stessa la serva di Kore e Demetra si rivolse al marito: «Marcus, perdonami. E’ precipitato improvvisamente, non ho potuto salvarlo».
Iulia pianse.
«Marcus, aspetta ti prego!» Persefone raggiunse il coraggioso uomo che osò sfidare il dio delle tenebre stringendolo da dietro. Marcus rimase impassibile e al contempo meravigliato dall’affetto e la disperazione che la dea provava per il triste destino di molti umani.
Lasciatolo, la dea portò la sua mano prima al petto appoggiandola al cuore e poi la tese verso il servo. «Dai questi oboli a Iulia e Elpisia, dovesse succedere il peggio vi serviranno a pagare il pedaggio a Caronte, il traghettatore delle anime». A queste ultime parole lo sguardo serio di Persefone si tramutò in rattristato. Marcus le sorrise, accarenzandola sulla guancia: «Non rinuncio così facilmente alla vita delle persone che amo!».
Abbandonando la dea con lo sguardo. Marcus indirizzò la sua corsa verso Porta Nocera inconsapevole di ciò che era accaduto alla moglie e il figlio.
Mentre Persefone guardava il suo servo scomparire nella foschia delle polveri, Ade aprì le sue grandi ali nere: «Andiamo!»
La dea svenne tra le braccia del marito che l’accolse sollevandola da terra.
Prima di spiccare il volo alla volta del lago d’Averno, essendo la terra restia ad accogliere dentro le sue viscere i due , Ade si lasciò andare ad una frase di umanità:
«Buona fortuna ragazzo».
Fuori dalle mura nord di Pompei Demetra, che era riuscita a fermare la valanga di lava ardente che si stava per scaraventare sulla città, intravide dispiaciuta tra la nube di ceneri il volo dell'odiato fratello e della figlia alla volta dei Campi Flegrei.
Continua...